L'abito non fa il monaco? Chiedetelo ai clienti della Maison Litrico!

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"L'abito non fa il monaco? Balle! Grazie Litrico! Una percentuale degli applausi che ricevo li passo a Lei", firmato Carlo Dapporto

06/02/2018

Era il 1958. In un bar di Via Veneto Angelo Litrico conobbe un giornalista che raccontò di lui in un articolo straordinariamente poetico, in cui lo associava non solo ai Malavoglia di Verga, e alle grandi passioni del suo protagonista. Scrisse che guardando negli occhi l'allora giovanissimo sarto si era sentito trasportato per le strade di Catania, durante una delle sue passeggiate in via Etna. Il colore dei volti olivastri dei siciliani e il calore che emanavano con uno sguardo o un sorriso erano tutti dentro il viso di quell'artista e creativo di soli venticinque anni.
 
"Conosce Catania?", gli chiese allora. E Litrico rispose: "Conosco anche il resto della Sicilia". Così si presentava, uomo di poche parole che ha sempre preferito far parlare i suoi abiti. "Mio padre fa il commercio del pesce, e da ragazzo studiavo all'Istituto Tecnico gemellato di Catania". Angelo Litrico racconta di aver imparato il mestiere del sarto così a tempo perso, come un hobby. E come in tutte le belle storie, come in un romanzo di Verga, a un certo punto è accaduto qualcosa in grado di cambiare per sempre il corso degli eventi. Qualcosa che se non fosse successa avrebbe probabilmente portato Litrico a lavorare il pesce come il padre, a sposare una donna della sua terra e mettere su famiglia, per sempre nella sua isola. Prima la rottura di un piede a causa del calcio, e poi una delusione d'amore. L'immobilità e la sofferenza lo portarono a vivere quella Sicilia come una casa troppo stretta per contenerlo.
 
Così con quella delusione si dirige nella penisola per girovagare tra Napoli e Torino. "Un giorno senza pensarci due volte, decisi che era meglio riprendere la forbice e il filo piuttosto che fare il vitellone". Sorride. Ed eccolo lì, in Via Veneto, in mezzo ai famosi e alla borghesia romana, a pochi passi dalla sua sartoria piena di lavoro e celebri ospiti.
 
E proprio i suoi clienti celebri riescono a parlare di lui molto meglio del sarto stesso. Tra le dediche raccolte nel corso degli anni, ricordiamo il collega e amico, Emilio Shubert, che lo ringraziava per averlo reso "Elegante". E l'attore Carlo Dapporto, che scrive: "L'abito non fa il monaco? Balle! Grazie Litrico! Una percentuale degli applausi che ricevo li passo a Lei. Li merita sinceramente".
 
Nel corso della lettura dell'articolo abbiamo immaginato il giornalista annaspare alla ricerca di un argomento che potesse sciogliere la lingua a quel siciliano taciturno, scoprendo che è impossibile fermarlo quando inizia a disquisire di stoffe, tagli, aghi, fili... Di lavoro artigianale. Quello passionale. Quello che, in questo caso soprattutto, "ti punge le dita". Perché a vantarsi del proprio lavoro sono bravi tutti, ma chi lo ama profondamente sta in silenzio e lo fa. Donando al mondo un prodotto che vale più di mille chiacchiere da bar.
 
Cosa non si domanda a un uomo celebre e sulla cresta dell'onda, con la fortuna stretta tra le mani? Che progetti ha per il futuro! Perché, conclude il giornalista: "il drago rampante, stemma della miglior qualità Litrico, finirà col cedere soltanto se Litrico un giorno si sarà stancato di tagliare, imbastire e cucire".
 
Era il 1955. Più di sessant'anni dopo, le mani di due generazioni di Litrico ancora non si sono stancate.
 
Per la scrittura di questo articolo abbiamo utilizzato fonti dell'archivio storico della Maison Litrico:
"La vita di Litrico come il romanzo di Verga" : www.litricomoda.com/photo?ID_DOC=769
 
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